Che cosa vedo quando guardo il mondo? Vedevo
un mondo diviso; vedevo me separato da quello che vedevo; vedevo me che
guardavo me…. Ora vedo me come parte di un tutto, non più separato, a fette;
vedo me interno alla vita, a casa mia, sono tutt’uno con la grande vita del
mondo. Il risultato di questo nuovo sguardo sulla vita è l’Himalaya: là ho
cominciato a buttar via i desideri, la paura di perdere la mia identità, ciò
che ho; non c’è più pezzo separato, non ci sono divisioni…. Vuol dire che
quando guardo l’erba, i fiori, non sono più erba e fiori, sono parte di questa
gloriosa bellezza che è la vita, contemplo senza attaccamento, senza paura di
perdere, non c’è conflitto, aspirazione. Quando smetto di desiderare ho tutto.
Il figlio Folco chiede: “Babbo, hai proprio accettato di morire?” Il padre: “Preferisco l’espressione indiana lasciare
il corpo. Siamo tanto attaccati prima di tutto a questo corpo che cambia tutti
i giorni, si acciacca, invecchia…. Attaccarsi alle persone? Le ho già perse,
non ho più desideri”. Folco: “Sento
il suo respiro come il vento che viene e che và”. Questa è la conclusione
del libro di T. Terzani, La fine è il
mio inizio: un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita. (2006)
Dopo tanto vagare T. Terzani trova conforto
nella sapienza dell’India: la vita è dappertutto, antica come le montagne e
nuova come il sole di ogni giorno. Nell’immensa placenta del mondo noi siamo
raggi del grande sole, onde del grande mare, atomi del grande cosmo. Noi siamo
utenti della vita. Ogni giorno usiamo: sole, aria, acqua, terra. Ogni giorno
usiamo il corpo: occhi vedono, orecchi sentono, polmoni respirano, cuore batte,
mente pensa. Viviamo la gratuità di ogni giorno, di ogni respiro. Gratuità è l’emozione che ci aiuta di
più ad apprezzare la vita. La malattia con cui nasciamo è la mortalità.
Immaginati malato coi giorni contati per renderti conto quanto preziosi sono i
giorni. La morte offre uno specchio chiaro in cui vedere le nostre scelte
quotidiane.
“Non cerco cura al cancro incurabile, cerco la guarigione dalla
mortalità. Mi manca la chiave dell’ultima porta. Partecipo al mistero, mi
preparo al passo con serenità, mi incuriosisce morire. Tutto è uno: non c’è
acqua senza fuoco, non c’è bianco senza nero, non c’è morte senza vita. La
morte fa parte della vita; frequento la morte per tenermi libero dalla
illusione. La sete di sopravvivere e l’attaccamento alla vita ci rende incapaci
di vivere la gratuità del presente. Ho speso tutta una vita per farmi un nome.
Ora mi sento liberato anche da questa fatica, vi lascio il corpo, l’ho
adoperato per tanti giri di giostra. Lasciatemi sorridere e sperare. La morte è
un altro aspetto della vita come l’ombra è un altro aspetto della luce, come la
parola è un altro aspetto del silenzio. Se non ci fosse il silenzio non ci
sarebbe parola; accettare la morte è dare senso alla vita. Noi tutti siamo uno,
noi siamo tutti uno, dopo aver fatto conoscenza ed esperienza torneremo al
grande grembo. La vita è una, il ruscello di vita che scorre nelle mie vene
scorre nella vita del mondo”.
T. Terzani sul punto di restituire la vita
costruisce una sua verginità di pensiero: “Mi
parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra: fin dall’inizio
m’era toccato il cavallo bianco, e su quello avevo girato e dondolato a mio
piacimento senza che mai, mai qualcuno fosse venuto a chiedermi se avevo il
biglietto. Davvero il biglietto non ce l’avevo. Tutta la vita avevo viaggiato a
ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto, e se mia andava bene
magari riuscivo anche a fare… un altro giro di giostra”.