Buddhismo è una filosofia? È una religione?
È una psicologia? È una scienza spirituale? È una morale pratica? È una
mistica?
Siddharta, di cognome Gotama, fa
l’importante esperienza di illuminazione sulle cause e il rimedio della
sofferenza. Egli nacque verso il 566 AC a Lumbini, Nepal vicino al confine nord
dell’India. Il padre Suddho Dhana era re (capo clan). Siddharta a 19 anni sposò
Yasodhara. Ebbe un figlio. Il giovane principe incontrò quattro tipiche
esperienze di sofferenza: un vecchio, un malato, un cadavere, un mendicante. A
29 anni Siddharta abbandona il mondo e si ritira a meditare sul significato
della sofferenza e il metodo per guarirla. A Buddhagaya (200 Km a nord di
Benares) Siddharta ha una intensa illuminazione e la espone più tardi in un villaggio
a 10 Km da Benares, Sarnath. La parola Buddha è un aggettivo, significa
illuminato cioè uno che ha capito.
Buddha non intende inventare una religione
ma intende portare alla luce verità naturali che esistono in forza di se stesse
indipendentemente dal fatto che sia stato lui a scoprirle.
Buddha non pretende di essere un salvatore
ma solo una guida che indica la strada della liberazione dalla sofferenza. Buddha
morì all’età di 80 anni a Kushinara dicendo: “tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Praticate con
diligenza la vostra propria salvezza”.
Il
centro della illuminazione sono le quattro nobili verità descritte col metodo
dei medici del suo tempo, diagnosi, prognosi e terapia:
1.
C’è
sofferenza (Dukkha);
2.
Causa
della sofferenza è l’attaccamento;
3.
La
cessazione della sofferenza o guarigione è il nirvana;
4.
Il
metodo per guarire o terapia è la meditazione;
Secondo il Buddhismo la sofferenza è un
fatto naturale e universale. Tutto è insoddisfacente (dukkha), inconsistente
(anatta), impermanente (anittia); queste tre qualità sono presenti in ogni
forma di vita. La parola dukkha comprende tante sfumature di significato:
dolore, sofferenza, insoddisfazione…
La causa della sofferenza sono i desideri o
il loro opposto, le avversioni. Desideri di ciò che piace e avversioni di ciò
che non piace sono un gioco di illusioni che buddhisticamente si chiama
ignoranza. La medicina della sofferenza consiste nel vuotare i desideri = nirvana, la pace del vuoto, lo spegnimento…
Il metodo per raggiungere il vuoto mentale è
la meditazione codificata nel cammino delle otto qualità:
1.
Retta
illuminazione, è la visione intuitiva;
2.
Retta
sapienza è la consapevolezza delle quattro nobili verità.
Dopo la sezione mentale viene quella morale:
3.
Retta
parola;
4.
Retta
azione;
5.
Retto
comportamento di vita.
L’ultima sezione riguarda la meditazione in
modo specifico:
6.
Retto
impegno;
7.
Retta
attenzione (mindfulness);
8.
Retta
concentrazione (onepointedness).
Il vertice della meditazione è la piena
consapevolezza delle quattro nobili verità che brillano nella visione intuitiva.
Il simbolo grafico della ruota con gli otto
raggi riassume il messaggio di Buddha: dal vortice della periferia alla pace
del centro; dalla dispersione alla concentrazione; dallo sguardo superficiale a
quello illuminato. Il reale è invisibile agli occhi fisici, è necessario il terzo occhio della illuminazione.
Con lo sguardo illuminato puoi andare oltre
il velo di maya = illusione, oltre i
giochi frustranti di attrazione-repulsione, di desiderio-rifiuto. Pulisci lo
specchio, quieta il lago, contempla nell’orizzonte della mente le nobili verità
e assapora il vuoto…
Il Buddhismo dà molta importanza al “karma” come legge universale di causa ed
effetto. Karma è la nostra azione. In senso morale esso è il nostro merito o la
nostra colpa. Fintantoché vi sarà karma un essere nascerà e rinascerà in vari
stati, in corrispondenza alle sue buone o cattive azioni. Noi chiamiamo questa
esistenza continuata, nascita dopo nascita, col nome si “samsara”.
La grande questione buddhista sta nel doppio
grande silenzio su Dio e sull’anima: Dio può essere inteso come un grande
vuoto, l’anima può essere intesa come vuoto (anatta). Il grande dilemma sta nel
non sapere su quale testa posare la corona del nirvana. Le statue di Buddha lo
ritraggono con una protuberanza sul capo, è la traduzione artistica del terzo
occhio. La pace composta, meditativa delle icone di Buddha trasmigra in chi lo
contempla. Il rito più ricco di messaggio consiste nel recitare l’augurio dei tre
rifugi o delle tre gemme:
1.
Io
vado al Buddha come a un rifugio;
2.
Io
vado al Dharma come a un rifugio;
3.
Io
vado al Sangha come a un rifugio.
Dharma indica la costituzione naturale del
mondo che è insoddisfacente, inconsistente e impermanente. Ciò fa parte della
purezza dell’essere. C’è chi coglie la differenza tra “tutto è dolore e c’è dolore”. La tradizione antica del Buddhismo
si limita alla pratica, non entra nella filosofia teoretica. Quando un uomo è
colpito da una freccia non si perde tempo a filosofare ma si cerca di salvarlo
subito.
C’è un altro confronto problematico: l’uomo
è soltanto una combinazione continuamente cangiante, di forze, di energie
mentali e fisiche che si possono dividere in cinque aggregati:
1. materia (rupa); 2. sensazione (vedana); 3. percezione (sanna); 4. formazione
mentale (samkhara); 5. coscienza (vinnana). Daltra parte il Buddhismo sviluppa
la benevolenza universale per tutto, per tutti: che tutti gli esseri senzienti, respiranti, siano liberati dalla
sofferenza! Dove poggiare la solidarietà cosmica, la partecipazione
mistica, il rispetto per ogni forma di vita?
Tantissimi istanti indipendenti danno
apparenza di continuità. Ogni istante nasce e muore, esiste solo
l’impermanente. L’uomo non ha un “io”, ma tutto è fenomeno fuggevole che
rimanda oltre….
Alcuni filosofi trovano analogie con J.S.
Sartre, L’essere e il nulla.
Nel dialogo interculturale c’è un notevole
interesse al Buddhismo come una grande psicoterapia per le sofferenze mentali.
C’è un grande interesse per l’arte di meditare che trova una espressione bella
nel metodo “Vipassana”. C’è il
Buddhismo antico: Theravada o Hinayana. C’è il Buddhismo più recente: Mahayana
(Grande veicolo) e sembra esserci un Buddhismo occidentale che sta costruendosi
con una identità nuova.